Intervista con autore - Giacomo Pozzi

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Intervista a Giacomo Pozzi

Autore di “Fuori casa. Antropologia degli sfratti a Milano”

Collana “Antropologia della contemporaneità”, Ledizioni

 

 

Giacomo Pozzi, antropologo, attualmente assegnista di ricerca presso l’Università di Milano-Bicocca e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Bergamo, dal 2013 conduce una ricerca multisituata sulle connessioni tra vulnerabilità abitativa, politiche del profitto ed espulsioni forzate tra Portogallo, Italia e Capo Verde. Edito dalla casa editrice milanese Ledizioni, nella collana “Antropologia della contemporaneità” diretta da Simone Ghezzi, Vincenzo Matera e Luca Rimoldi, lo scorso giugno è stato pubblicato il suo primo libro: “Fuori casa. Antropologia degli sfratti a Milano”. Studio condotto nella cornice del dottorato in Antropologia culturale e sociale all’Università di Milano Bicocca, il lavoro si lega al filone di ricerca inaugurato da Roberto Malighetti sul tema della “centralità dei margini”. Approccio che intende rilevare come nei margini, nelle periferie, sulle frontiere delle società e delle culture, si possano trovare forme di cittadinanza, di negoziazione e di controllo particolarmente interessanti. Pozzi esplora questa rilevanza a partire dal fenomeno degli sfratti, analizzando una specifica categoria di soggetti: i senza casa.

In attesa di occasioni di dialogo diretto con l’autore, come l’appuntamento del prossimo dicembre a Parma nel contesto dell’annuale convegno della Società Italiana Antropologia Applicata, abbiamo intervistato Giacomo Pozzi per approfondire le tematiche trattate e analizzare il suo punto di vista sulla propria ricerca:

D: Come è nato il desiderio di svolgere la ricerca che ha portato alla pubblicazione di Fuori casa?

GP: “Il progetto di ricerca nasce da un insieme di desideri, passioni e contingenze, nonché di limiti, disponibilità di fondi e tanti altri aspetti. Se dovessi provare a rintracciare il desiderio che sta alla base dei miei interessi di ricerca, questo nasce, da un lato, dalla vita urbana in sé, da una fascinazione mai paga che provo per le vite che brulicano nelle nostre città e per gli abitanti che le vivono e le attraversano e, dall’altra, per l’indignazione che provo nell’osservare la recrudescenza e la riproduzione delle disuguaglianze che vi abitano. Come ci ricorda intuitivamente l’antropologo Michel Agier, le città nascono da un atto di ospitalità, eppure oggi queste sembrano rappresentare gli spazi per eccellenza dell’esclusione sociale, della disuguaglianza, dell’ingiustizia. Allo stesso tempo, e forse questo è il motivo più profondo, il desiderio di condurre indagini di questo tipo nasce dal valore che attribuisco all’antropologia. Una disciplina che ritengo abbia il dovere morale di dialogare in forma stringente con i contesti entro e su cui lavora e, a modo suo, di agire. Ho definito questo approccio, che è stato più riprese definito pubblico o “militante”, come un’antropologia “per” la città.

D: Come è stato studiare gli sfratti di Milano, quanto tempo hai impiegato per elaborare questo studio e trasformarlo in un libro?

GP: “La ricerca ha avuto un processo travagliato. È nata in Portogallo ed è terminata a Milano. Il lavoro di campo è stato condotto dal settembre 2015 al febbraio 2017. Quindici mesi di fieldwork, con tutte le inevitabili difficoltà che riguardano l’antropologia a “casa”. Un campo di studi che solo recentemente in Italia si è consolidato, un po’ per la storia della disciplina, che tende a guardare con sospetto – in parte anche legittimamente – le ricerche condotte nei luoghi di residenza dell’etnografo. Spesso si è dato per scontato che fosse per così dire più semplice fare ricerca a casa. Invece, per quella che è la mia breve esperienza, le complicazioni non mancano, perché i tempi e gli spazi della ricerca sul campo si sovrappongono ai tempi e agli spazi della vita quotidiana e della vita professionale. È molto difficile riuscire a separare il momento della ricerca dal momento della tua esistenza quotidiana. Emergono diversi problemi da gestire, ma ciò non significa che facendo ricerca all’estero i problemi non ci siano, semplicemente sono di altro ordine e grado. Riprendendo la tua domanda, dopo il periodo di campo ho lavorato per un anno alla stesura della tesi di dottorato, prendendo le distanze dal campo, dunque anche da casa, e andando a scrivere a Parigi, grazie a una borsa di studio. Il processo si è invertito dunque: invece che tornare a casa per scrivere, io mi sono dovuto allontanare, proprio perché il mio campo era a casa. Una volta discussa la tesi, una parte di questa è stata ulteriormente rielaborata, con il supporto di molte colleghe e colleghi, ed è confluita all’interno del libro. Anche questo processo è durato all’incirca un anno.

D: “Fuori casa. Antropologia degli sfratti di Milano”, su cosa si focalizza il libro e qual è il suo scopo?

GP: “Il lavoro si inserisce in un percorso di ricerca pluriennale coordinato da Roberto Malighetti relativo alla “centralità dei margini”, come viene anche ben esplicitato da Malighetti stesso nella prefazione del libro. Nel mio caso ho cercato di declinare questo frame teorico focalizzandomi, da una parte, sulle diverse proposte di cittadinanza attiva che emergono dai margini della città di Milano e, dall’altra, sulle politiche e le pratiche di profitto, speculazione e controllo sociale che riguardano i margini stessi della società. La “centralità dei margini” ha anche una valenza epistemologica e teorica, incarna il tentativo di decentrare lo sguardo, renderlo obliquo per osservare i margini e comprendere come, anche da un punto di vista economico, culturale e politico, questi siano al cuore delle politiche urbane più ampie, nello specifico al centro di quelle che nel libro definisco “tanatopolitiche”, cioè politiche della morte, dell’abbandono. Questo concetto, sviluppato sull’onda delle riflessioni foucaltiane, prevede che parte della popolazione sia lasciata a se stessa, alla deriva, a morire appunto (metaforicamente e non). Dal mio punto di vista, queste tanatopoliche rappresentano l’evoluzione di quelle che Foucault stesso aveva definito “biopolitiche”. Oggi ci ritroviamo dunque in una fase successiva, o perlomeno in una transizione verso questa, in cui l’interesse politico principale non sembra più essere quello del controllo della vita fino ai suoi aspetti più reconditi, ma piuttosto proprio quello dell’abbandono. Il libro tenta quindi di leggere il fenomeno pervasivo e invisibile degli sfratti a partire da questa prospettiva, mostrando come i diversi attori coinvolti, il procedimento giuridico in sé, le norme attuative, la burocrazia, l’agency dei diversi attori coinvolti, tutto vada nella direzione dell’invenzione di una specifica forma di umanità: i senza casa. Un vero e proprio processo antropopoietico, per dirla alla Remotti, che prevede la costruzione di una categoria ambigua e funzionale alle logiche di profitto urbane, gli sfrattati appunto. Chi si ritrova in questa “classe di indesiderabili” soffre di violente forme di esclusione sociale ed economica. Forme che, se indagate etnograficamente, mostrano il volto più brutale delle politiche abitative e delle loro radici simboliche e identitarie, non ultima l’idea di proprietà.

D: Hai già degli altri progetti in via di realizzazione per il futuro?

GP: “Un progetto a lungo termine è quello di promuovere, insieme ad altre studiose e altri studiosi, una riflessione più ampia su un campo disciplinare che in Italia non è neanche riconosciuto formalmente, quello degli studi urbani critici. Campo con cui l’antropologia urbana contemporanea dialoga molto, ma in forma per così dire sotterranea. In questo senso, da un lato credo che l’antropologia urbana debba continuare ad attingere da quel vasto bacino teorico e metodologico che ha prodotto negli anni (e soprattutto debba continuare a rinforzare questa cassetta degli attrezzi producendo strumenti in linea con questa tradizione) e, dall’altro, costruire un dialogo più stringente con tutte quelle altre discipline che hanno l’urbano al centro del loro interesse (penso all’urbanistica, alla sociologia urbana, all’architettura, alle scienze politiche). Il mio percorso per ora si è sviluppato attraverso tre spazi, che sono il contesto portoghese delle periferie di Lisbona, dove ho condotto la mia ricerca per la tesi magistrale, nel quartiere di Santa Filomena; il contesto milanese che ho, in parte, riassunto all’interno del libro; infine, il contesto della città di Mindelo, situata nell’arcipelago di Capo Verde, dove attualmente sto conducendo una nuova ricerca, focalizzata sempre sulle diverse forme di vulnerabilità e fragilità abitativa, sul profitto e sulla speculazione urbana, sul ruolo dei movimenti sociali e delle reti degli abitanti in difesa di quello che, a più riprese, è stato definito “diritto alla città”. Il futuro vuole essere dunque quello di creare un dialogo più ampio, transdisciplinare e comparativo, a Milano così come a Lisbona e a Mindelo, con tutta la rete di intellettuali e studiosi che ragionano e lavorano su questi temi”.

Nel suo libro l’autore descrive la sua esperienza di campo in termini metaforici come una matassa che tenta di slegare; sua intenzione non è districarne i fili, tagliarne i nodi, ma piuttosto valorizzare questi aspetti, perdendo l’obiettivo di scioglierla ed acquisendo quello di diventarne parte, di parteciparvi. Spiega come la storia dell’antropologia urbana si divida tra antropologia nella città, che studia in contesto urbano, e antropologia della città, che tenta di definire l’urbano. Con l’approccio metodologico che propone cerca di unire in maniera feconda queste due tipologie fino ad arrivare a un’antropologia per la città. Promuove, a tal fine, un sapere in grado di favorire un cambiamento delle politiche e delle forme di governo della vulnerabilità abitativa. Con quest’opera l’autore auspica di promuovere una riflessione più ampia sulla città e sul futuro della stessa: un’antropologia per la città. Un lavoro dettagliato, orientato non solo alla comunità scientifica, ma fruibile ai più, che permette di comprendere come l’etnografia possa essere alla base di un rinnovamento dello sguardo sull’urbano, che non si accontenta di guardare la città dalla cima dei grattacieli della teoria, ma vi si immerge per coglierne la mai sedata effervescenza.

LINK UTILI:

https://www.ledizioni.it/prodotto/fuori-casa/

 

Articolo ed intervista di Chiara Laner